Maschito

VINO

  • Azienda Agricola Ciesco Armando  – Via Cariati, 45
  • Tenute Serra del Prete  – Località  Serra del Prete – tenuteserradelprete.it
  • Casa Maschito Via F.S. Nitti,snc – casamaschito.it
  • Azienda Agricola Musto Carmelitano –  Via Pietro Nenni, 23 – mustocarmelitano.it
  • Enoservice Maschito S.r.l.  – Via Ugo Foscolo, 25
  • MASSERIA SETT’ANNI Agriturismo località Cerentino, 2 – masseriasettanni.com
  • DA MICIONE Pizzeria Ristorante  – Via Eugenio Montale
  • LuNi’s Cafè Pizzeria Ristorante  – Via Guglielmo Marconi, 32

La chiesa del Caroseno

La Chiesa fu costruita dai Greci Albanesi di Corone, rinomata per un pregevolissimo affresco della Madonna del 1558, (Madonna col Bambino) riportato alla luce nel 1930 durante i lavori di restauro della chiesa, e per due grandi quadri relativi alla Pentecoste e alla Presentazione di Gesù al Tempio entrambi risalenti alla fine del ‘700.

La chiesa del purgatorio o della Madonna del Rosario

La Chiesa conserva un artistico quadro della Madonna di Costantinopoli tratto dall’omonima cappella, andata in rovina. Della chiesa oggi dedicata alla Vergine del Rosario di Pompei s’ignora la data di costruzione: si ritiene, però, che questa risalga ai primi anni della fondazione di Maschito e possiede le reliquie di Fratello Rosario Adduca, un servo di Dio originario di Maschito

La chiesa Madre di Sant’Elia – Piazza dei Caduti

Ha un’unica navata, decorata in stucco. Contiene due tele ad olio del ‘500, e il quadro della “Madonna dei sette veli”, ritenuto miracoloso e perciò assai venerato. Edificata nel 1698 ad opera degli albanesi ivi residenti, è dedicata a Sant’Elia ed è ornata di artistiche decorazioni e pitture a stucco di squisita fattura di Domenico Pennino, nonché di due grandi quadri attribuiti a Giovanni Battista Caracciolo di Napoli (1570-1637) o ad artisti della sua scuola, e un quadro originale del maestro Barberis, riguardanti la Sacra Famiglia. Il 5 agosto 1939 la Madonna dei Sette Veli, ruppe i veli e li ricompose in mirabile toilette alla presenza di tre bambini e di molti fedeli. Sull’altare maggiore e sotto la volta, sono riprodotti, ad opera del Pennino, la “Gran Cena”, del Tiepolo e la “Trasfigurazione di Gesù fra Mosè ed Elia sul monte Tobar”, dal quadro di Raffaello delle Gallerie Vaticane. La Chiesa Madre di Sant’Elia fu consacrata il 14 novembre 1653 dal vescovo di Venosa Mons D.F. Tauruso e intitolata a Sant’Elia profeta. Nel 1698 venne, dal vescovo di Venosa Mons. De Laurentis, dedicata alla SS. Trinità. Con decreto del 14 novembre 1909, Mons. D. Felice del Sordo, vescovo di Venosa, ne ordinava la chiusura perché “inadatta all’esercizio del culto e pericolosa alla santità dei fedeli”. Dopo lunghi e costosi restauri delle decorazioni e pitture, l’8 settembre 1950 la chiesa fu riaperta al culto.

La Fontana Skanderbeg

Alcuni secoli addietro, fontane e fontanili esterni su slarghi e piazzole, erano considerati luoghi pubblici e di piacevole conversazione. Le abitazioni, infatti, non disponevano di acqua potabile. Per le esigenze di cucina e familiari, le donne andavano a prendere l’acqua nelle fontane servendosi di brocche. Una fontana pubblica era un luogo importante per la soddisfazione delle esigenze delle famiglie. Ed era in uso erigere fontane monumentali ad onore e gloria dei capi delle comunità amministrate. Nel 1879 – come attesta la lapide ricostruita dal Comune – fu eretta, ad opera dei cittadini e con l’aiuto del Comune (retto all’epoca da Domenico Rafti), la Fontana Skanderberg.

Maschito fu nell’era romana un fortezza militare abbandonata dopo un terremoto nel XIV secolo. Maschito sorse verso il 1467 sotto Ferdinando D’Aragona, quando Giorgio Skanderbeg gli mandò truppe per combattere gli Angioini pretendenti al trono di Napoli. Dopo la presa di Kroja da parte dei turchi, si ebbe, tra il 1478 e il 1479, una prima emigrazione di albanesi in Basilicata. Più tardi nel 1533 quando la conquista dell’Albania fu definitiva si aggiunsero, ai primitivi albanesi, dei coloni greci-albanesi provenienti da Corone. Col trattato di pace tra Carlo V e il sultano Solimano II, firmato a Costantinopoli nel 1533, la piazzaforte di Corone veniva consegnata ai turchi a condizione che gli abitanti, disposti a lasciare la città, si imbarcassero su di una flotta e si rifugiassero in Italia. In tal modo i coronei si dispersero in varie località dell’Italia meridionale. A quel tempo, il territorio di Maschito era proprietà della Mensa Vescovile di Venosa e del Priorato del Santo Sepolcro dell’ordine Gerosolomitano di Bari. In seguito, il De Icis nel 1539 a Venosa, sotto il viceré di Napoli Don Pedro de Toledo, debitamente autorizzato, fondò il Casale di Maschito e, con atto pubblico, redatto dal notaio Giovanni Francesco De Judice di Cosenza il 26 settembre 1541, i greci albanesi si obbligarono a pagargli l’anno censo d’un ducato (£. 4,25) per ogni focolare o tugurio e, in più, 200 ducati (nel caso che il numero dei focolari aumentasse anche di uno solo). A Maschito si conservò, nei primi due secoli, il rito greco-ortodosso ma dopo fu accettato, a causa alle pressioni del vescovo Deodato Scaglia, il rito latino. Le sorti del paese furono simili a quelle di tutta l’Italia Meridionale. Vi scoppia, nel settembre 1943, una sommossa popolare antifascista che dà origine per poche settimane alla Repubblica di Maschito, la prima Repubblica libera italiana emersa dalla Resistenza